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Ipertensione ed emicrania accoppiata a rischio ictus Stampa E-mail

ictus_ischemico.jpgChi soffre di emicrania, corre anche un maggior rischio di essere colpito da eventi cardiovascolari? E’ un’associazione possibile, in base a diverse evidenze, e soprattutto ai dati sul lungo periodo, diversamente da quelli su periodo minore, del noto studio epidemiologico al femminile Womens’ Health Study (WHS). E un rischio ci sarebbe anche per gli uomini, come confermano ora risultati sul lungo termine dello studio tra medici maschi Physicians’ Health Study (PHS). L’emicrania coinvolge infatti il sistema neurovascolare e si lega a maggiore frequenza di fattori di rischio cardiovascolare. Si era ipotizzato un legame con l’ictus ischemico, ma solo di recente, nell’osservazione a dieci anni condotta nello studio WHS, lo si è provato per l’emicrania con aura, in aggiunta all’associazione con infarti miocardici e malattia coronarica. Nell’analogo studio PHS, però, nel follow-up di dodici anni non era emerso un legame tra emicrania e coronaropatia. Poiché la prevalenza maschile dell’emicrania è minore di quella femminile, ed era plausibile che occorresse una maggiore durata per evidenziare un effetto cardiovascolare successivo, si è pensato quindi di estendere la valutazione all’arco di 16 anni.

Rischio stroke nei soggetti under 55


I partecipanti erano medici di sesso maschile, in apparente buona salute, tra 40 e 84 anni all’inizio delloipertensione.jpg studio (nel 1981-84), classificati come affetti da emicrania se riportavano il disturbo in un questionario nei primi cinque anni, dopo i quali è iniziata l’osservazione (si sono analizzati i dati al 2005). Degli oltre 20mila soggetti entrati nell’analisi il 7,2% è risultato avere l’emicrania: in genere uomini più giovani, ipertesi e più spesso con colesterolemia elevata, ma con minore probabilità di essere fumatori o bevitori abituali. Nei 16 anni del follow-up ci sono stati 2.236 eventi cardiovascolari maggiori. I sofferenti di emicrania, rispetto ai non sofferenti, presentavano un rischio significativamente più alto di questi attacchi: era infatti aumentato del 24% per gli eventi maggiori e in particolare del 42% per l’infarto miocardico. L’incremento non era significativo per l’ictus ischemico, l’angina, la rivascolarizzazione coronarica e la morte per coronaropatia (per gli ultimi tre lo era invece significativo tra le donne del WHS). Le associazioni non sono apparse cambiare sostanzialmente rispetto al fumo o all’ipertensione. A differenza di quella con l’ictus, che invece diventava significativa se si consideravano i soggetti più giovani: il rischio aumentava infatti dell’84% per i 40-55 enni, mentre era non significativo nelle età successive. Questo è in accordo con altri studi e se l’associazione diminuisce con l’età si può spiegare il risultato complessivo quando il follow-up è più prolungato (nel PHS n quello a cinque anni il rischio di ictus era aumentato di due volte). Infine, negli uomini con emicrania frequente (almeno quattro attacchi nel periodo finestra) non c’era un ulteriore incremento di rischio di eventi cardiovascolari.

Fattori predisponenti associati


emicrania_01.jpgLo studio ha tra i suoi limiti principali, come precisano gli autori, il non aver distinto tra emicrania con aura e senz’aura, l’essere basato su una coorte specifica di soggetti di mezz’età e quasi solo bianchi, il non aver considerato l’eventuale uso di farmaci antiemicranici. Quanto al meccanismo preciso di quest’associazione tra emicrania e rischio cardiovascolare, resta da chiarire, ed è probabilmente complesso. Comunquesonos atet proposte diverse spiegazioni: per esempio, la patologia è stata ricollegata a un profilo cardiovascolare sfavorevole, con ipertensione, alto indice di massa corporea, colesterolo elevato (ipertensione e fumo però nello studio influivano relativamente); gli eventi più frequenti potrebbero derivare da una disfunzione vascolare specifica per l’emicrania o dalla loro interazione con fattori che favoriscono lo sviluppo di trombi. L’emicrania è stata anche associata con marcatori di maggior rischio cardiovascolare, come neuropeptidi vasoattivi che stimolano l’infiammazione, con polimormisfmi genetici predisponenti le cardiovasculopatie, con aumentati livelli di omocisteina, o altro ancora. Insomma, il rebus è da risolvere e la soluzione può essere multipla.

(26/01/2009)

 
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